Tornerai domani?

Tornerai domani?

Tilia, fata del bosco, amava la sua vita fatta di muschio, funghi e bacche; l’odore umido e acre della terra; la carezza dei licheni; il brillio della rugiada quando il sole si intrufola tra i rami a scacciare l’ombra. Ma, sopra ogni cosa, amava rotolarsi in un tappeto di foglie d’autunno, ammirarne le mille sfumature, poi chiudere gli occhi e inspirarne il profumo. Spesso si addormentava, cullata dal loro abbraccio crepitante.

Per passare inosservata, assumeva sembianze umane: chi passava da lì, vedeva una fanciulla appisolata. I falsi auricolari nelle orecchie rendevano il mimetismo perfetto.

Fu al risveglio di una di queste sieste che vide Leo per la prima volta, anzi lo udì. Solo, seduto su un tronco, leggeva ad alta voce un voluminoso libro.

Tilia lo spiò, dapprima curiosa, poi stregata. Nascosta tra le foglie, lo ascoltò narrare di guerre, magie, eroi e tradimenti. Quando, al tramonto, il ragazzo partì, la fata fu triste, avida di conoscere il seguito della storia. Ogni giorno, alla stessa ora, si nascose in quell’angolo di bosco, aspettando Leo e le sue storie. Per settimane lo ascoltò, trattenendo il respiro, immaginando gli eroi, i luoghi e le creature misteriose del libro.

Un giorno, però, Leo non venne. Tilia lo aspettò per molti pomeriggi, fino a che la tristezza non la spinse a cercarlo. Volò fino in città, tendendo l’orecchio. Da una finestra socchiusa, udì la sua voce.

Lesta, si intrufolò e si nascose dietro alla poltrona su cui Leo leggeva, tra gli attacchi di tosse. Lo ascoltò per ore, fino a che, al tramonto, chiuse il libro.

Tilia si apprestava a partire quando il ragazzo parlò, gli occhi fissi sulle fiamme del camino: «Ti aspettavo, sono troppo debole per venire fino al bosco; sono costretto qui, ma la tua presenza silenziosa mi mancava. Ogni giorno ho letto ad alta voce, nonostante la tosse, affinché mi udissi e venissi qui. Tornerai?»

La fata spiccò il volo. Alla finestra si voltò e, in un sussurro dal profumo di muschio, rispose: «Domani».

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Glielo leggevo negli occhi

Glielo leggevo negli occhi

Il “Chiome tempestose” brulicava di clienti.

Lavaggi, caschi asciugacapelli, specchi, sala d’attesa: non c’era un solo posto libero. Rossy, la titolare, impartiva ordini alle impiegate, cotonando le candide e rare chiome della signora Nenni.

Su un divanetto d’angolo, due anziane signore aspettavano il proprio turno.

«Quante teste imbiancate, sembra Natale»

«Eh! Alla nostra età, se non approfittiamo delle occasioni mondane… non capitano tutti i giorni eventi come quello di domani»

«Chi se lo aspettava, un uomo così in gamba»

«Ma io lo sapevo, gliel’avevo letto negli occhi»

«Davvero?»

«L’ho incontrato dal fornaio, la settimana scorsa, gli chiedo come va, mi dice tutto a posto, ha le analisi di un ragazzino. Anche il diabete. Ma lo sapevo, glielo leggevo negli occhi, altro che analisi»

«Eppure, domenica, a messa pareva in gran forma: è rientrato a piedi… lo hai visto anche tu»

«Le apparenze ingannano, Ida, gliel’avevo letto negli occhi, ti dico»

«E quand’è la tua ora… almeno avrà un funerale grandioso»

«In Duomo: non è mica da tutti il funerale in Duomo!»

«Eh, il Boria, Bice, era proprio un grand’uomo, pace all’anima sua»

«Ci sarà anche la banda»

«Son tutta eccitata, che giornata, non vedo l’ora»

«Ida, dovresti vergognarti — la rimproverò l’amica il povero Boria è morto e ti rallegri come fosse il ballo delle debuttanti… o le ributtanti, alla nostra età!»

Ridacchiarono coprendosi la bocca con la mano.

«Ributtanti, ributtanti… per quei quattro vecchi sgangherati che stanno ancora in piedi, in paese, siamo anche troppo»

«Che stiano in piedi non serve: prendi L’Armando, sulla sua sedia a rotelle, è un gran seduttore»

«Ma se c’ha il Karpin… il Sarpik… il Parkinson! Trema tutto!»

«Il Porkinson, c’ha l’Armando, è sempre lì che allunga le mani. L’altro giorno allo spettacolo dell’Acli, mi soffiavo il naso, non potevo difendermi.. mi ha messo la mano sulla coscia… tutti quei tremolii, una sensazione, Ida, mi sembrava di averci cinquant’anni di meno. Altro che quei cosi che c’hanno le donne adesso, i vibrantori, lì… quella mano, su e giù, che tremolava in tutti i sensi… non ho più visto lo spettacolo»

«Chissà come dev’essere sedercisi sulle ginocchia, allora!» Ammiccò Ida.

Bice rise fingendo di scandalizzarsi.

«Mi fai pensare alla mia prima lavatrice… l’Antonio, pace all’anima sua, come l’avviavo, gli si risvegliava tutto e via che si andava… i miei cinque figli li ho concepiti tutti sulla Zoppas»

«Che uomo focoso!»

«Non ne aveva mai abbastanza»

«Sarà per quello che è morto giovane?»

«Chi lo sa, ma me l’aspettavo, gliel’avevo anche detto, quella mattina… glielo leggevo negli occhi. Quando mi chiamarono dalla fabbrica… avevo già capito»

«Cosa fu, infarto?»

«Ma no, figurati che l’insalata che si era portato per pranzo era condita con l’olio di arachidi. Lui che era così allergico. Una tragedia»

«Ma come…»

«Il tempo che i colleghi lo trovassero… era già in shock anafilattico»

«Che parole complicate che sai»

«Eh, ho fatto l’infermiera per tanti anni»

Ida tacque, perplessa.

«Pensavo…»

L’amica le rivolse uno sguardo interrogativo, con un sorriso la incoraggiò a proseguire.

«Ma il pranzo non glielo preparavi te, da portar via, a tuo marito?»

Bice guardò l’amica senza parlare, si limitò a rivolgerle un timido sorriso.

«Bice?»

«Sai, non sono mica l’unica ad apprezzare le… doti dell’Armando. C’ha la fila, il signor mano vibrante»

Ida, perplessa dal repentino cambio d’argomento, non rispose, ma l’altra proseguì garrula:

«Fra un po’ toccherà prendere il numerino, come alla posta!»

L’amica sembrò riscuotersi.

«Cosa? Chi?»

«L’Armando, dicevo, tutte lo vogliono, un vero cascamorto»

«Alla sua età, e con la salute che ha, rischia di finirci, morto. Ma a lui, non hai letto niente negli occhi?»

«Eravamo allo spettacolo, c’era buio… e poi, credi che gli guardassi gli occhi?»

Risero di gusto.

«Sì, ma così, come fai a sapere se gli resta ancora della pila al tuo… vibrantore?»

Risero ancora più forte.

Qualche cliente si voltò a guardarle.

«Allora, hai già scelto che vestito metterai, domani?» Chiese Ida, tentando di ricomporsi.

«Certo, un tailleur nero in lana pettinata, con inserti in pelliccia di visone, di una beltà… l’ho comprato due settimane fa, non vedevo l’ora di rinnovarlo»

«Due settimane? Ma sei chiaroveggente? Erano mesi che non c’erano occasioni, se non era per la morte del Boria… ma glielo avevi già letto negli occhi, quando hai comprato il completo?»

«Negli occhi — abbassò la voce fin quasi a sussurrare — e nel cloruro di potassio che gli ho iniettato al posto dell’insulina domenica pomeriggio dopo il tè»

Sorrise.

«Ma…»

«Dovevo pur rinnovare il vestito, non ce la facevo più ad aspettare… e poi tanto, prima o poi… gliel’avevo letto negli occhi!»

Ida la fissava esterrefatta. Aprì la bocca, la richiuse, la riaprì ancora.

«Che hai, cara, non ti senti bene? Vado a cercarti un caffè, ti farà bene, vedrai, sarà il caldo qui in salone»

Al suo ritorno, l’amica aveva ritrovato la parola.

«Ma Bice, il Boria… e tuo marito, anche lui?»

«Ssst! Non parlare, sei tutta bianca, non stai bene, fammi vedere gli occhi. Tieni, bevi, ti farà bene» Le porse il caffè.

«Non hai messo zucchero, eh? Sai che sono diabetica»

«Ma certo, ero infermiera, no?»

«Hai ragione – rispose l’altra intingendo le labbra nel liquido – ha un gusto strano, non sarà alla nocciola, sai che sono allergica!»

«Ma no, Ida, è al ginseng, un caffè moderno, di quelli che van di moda, per ritemprarti un po’»

Ida scosse la testa.

«D’accordo, lo bevo, ma poi parliamo, perché Bice, quello che hai fatto…»

«Certo, dopo» sorrise premurosa.

«Perché, ecco, se davvero — riprese, posando la tazzina vuota — se davvero hai fatto… quelle cose capisci che…»

Si portò una mano alla gola. Sembrava aver difficoltà a respirare.

«Che hai, stai male? Ida?» Domandò premurosa Bice, vedendo l’altra annaspare e portarsi freneticamente le mani al collo e al petto.

«Ida, ti senti male?»

La donna tossiva, ansimava, tentava inutilmente di respirare, riuscendo solo a rantolare e tossire ancora più forte.

L’amica l’aiutò premurosa a stendersi. Le slacciò il primo bottone del colletto.

Tutte le donne presenti accorsero, chi portando dell’acqua, chi asciugamani umidi per la fronte della sofferente, che con gli occhi strabuzzati e la bocca aperta nella vana ricerca di ossigeno, rantolava tenendosi la gola con la mano.

Rossy si precipitò a chiamare un’ambulanza, ma la povera Ida spirò ben prima del suo arrivo.

Un silenzio di tomba scese nel salone: tutte erano sotto shock. Si fecero forza per tentare di consolare Bice che, con occhi umidi, fissava l’amica esanime.

«Un bel modo di andarsene»

«Non ha sofferto»

«Si è spenta in pace» disse Rossy.

«Chi se l’aspettava, però, sembrava così in forma», aggiunse la signora Gogi.

Bice scosse la testa, la raddrizzò con fare solenne, tutte tacquero.

«Ma io lo sapevo, lo sentivo: glielo leggevo negli occhi»

Le presenti annuirono ammirate, qualcuna si soffiò il naso.

«Povera amica mia», gemette Bice con un sospiro da spezzare il cuore.

Prese il fazzoletto dalla borsa e si asciugò gli occhi prima di riprendere la parola.

«Prenoto anche un colore, Rossy: per il funerale di Ida dovrò essere perfetta… ho visto un bell’abito porpora alla boutique, ideale per l’occasione»

Ma tu lo ami ancora?

Tutto era partito da quella domanda di Eva: «Mamma, ma tu papà lo ami ancora?». «Certo, tesoro, che domande.». Ma poi, una volta sola, non l’aveva più trovata così insensata , quella domanda. Ci aveva rimuginato per giorni, ogni momento in cui aveva avuto il tempo di pensare.
E alle 4 di mattina, seduta nel letto, non poteva dormire e lo fissava.
Ripensava al giorno in cui si erano conosciuti. Una pausa pranzo alla tavola calda dietro la facoltà. Marco le aveva detto, «Non ti scoccia? Ho dato appuntamento a un amico. È arrivato in città da poco».
La prima impressione non era stata la migliore: non le era piaciuto per niente. D’accordo, non era un caso: difficilmente la gente le piaceva a prima vista, era fatta così. E quel tizio, che sfornava battute su battute, sempre in cerca della risata e dell’approvazione degli altri non aveva fatto eccezione. In compenso, lei gli aveva fatto grande impressione da subito. Aveva insistito per riaccompagnarla; e nelle settimane successive se lo era trovato nei piedi ad ogni fine corso (aveva imparato a memoria il suo complicatissimo orario di lezioni, le aveva confessato anni dopo). Era di tutte le uscite col gruppo di amici, ed aveva finito non solo per abituarsi a lui, ma anche per apprezzarne tutte le qualità.
Intelligente, sensibile, qualche problema di autostima che lo spingeva a fare spesso il buffone davanti agli altri, ma una gran bella persona. Generoso, intelligente, sempre pronto a dare una mano, di mente aperta e dotato di grande creatività. E innamorato cotto di lei. Non le ci era voluto molto per ricambiarlo, quell’amore.
E i primi mesi erano stati folli, come spesso all’inizio di un amore. Notti insonni, a parlare e fare sesso, bere, parlare, fare sesso.

Il sesso, da quanto tempo non lo avevano fatto? Qualche settimana? Forse di più? Un mese, due? Non che esigesse la follia degli inizi: tre, quattro volte per notte, la mattina prima di iniziare la giornata, nei bagni del ristorante durante le cene con gli amici, in macchina nei parcheggi. I primi mesi non potevano davvero trattenersi.

Poi erano entrati nel mondo degli adulti. Finita l’università, si era trovato subito un buon posto in banca, per quello che era il suo lato creativo, zero assoluto, ma stabilità e trattamento economico coi fiocchi. Lei aveva continuato per un po’ a coltivare le ambizioni di aspirante scrittrice e correttrice di bozze, poi aveva dovuto arrendersi alla inaccessibilità del mondo editoriale e accontentarsi di un posto di commessa in libreria. A interim.
Poi la casa. Un mutuo infinito, ma quanta gioia decidere di tutto, dal colore delle pareti al materiale dei pavimenti. Finiti i lavori avevano pensato fosse il momento di riposarsi e profittare. Ma era arrivata Alice. Si ricordava ancora lo sguardo che si erano scambiati davanti al test di gravidanza: 50 % di panico e 50 % di euforia.
I mesi di stress, paure, progetti, proiezioni nel futuro. Le ore in sala parto, con lui che cercava di distrarla facendola ridere ed ogni risata amplificava il dolore delle contrazioni. Era morta dal ridere vedendolo con la sua blusa da ospedale infilata a rovescio: «Non è mica un grembiulino da scolaro!», e la cuffietta in testa. Poi l’aveva visto guardare Alice ed aveva saputo che non era più lei la donna della sua vita. Ma lo capiva, quella creaturina era l’inizio di un’altra avventura.
I primi mesi, sempre estenuati, quando infine la piccola dormiva, si guardavano, «Che si mangia, stasera? Ci guardiamo un film, dopo cena?»; per scoprire che era già quasi mezzanotte e che mancavano meno di tre ore alla poppata successiva. Poi avevano trovato il ritmo, Alice era cresciuta, e il loro savoir faire di genitori anche. Poi era arrivata Eva, e tutto era ricominciato due volte più faticoso, e due volte più meraviglioso. Non immaginavano poter essere più stanchi, né più felici. Fino a che non era nato Paolo.
Erano dei genitori niente male, pensava, davvero niente male. Forse è per questo che la dimensione romantica della coppia si era persa, troppe energie spese a fare i genitori, non ne restavano più per coltivare l’amore romantico.

Cercava di ripensare all’ultima cena a due, al loro indiano preferito. Non avevano quasi parlato, e quando lo avevano fatto I soggetti erano stati la pagella di Eva e Clash of Clans. Poi un cinema. Erano rientrati all’una del mattino e si erano addormentati di botto. Due amici che dividevano la casa, questo erano divenuti?

Di sicuro, la loro vita sessuale non era più frenetica: la maggior parte del tempo erano talmente stanchi la sera che non facevano in tempo a dirsi buona notte che già dormivano. E la mattina c’era la sveglia, i ragazzi da spedire a scuola, gli orari da rispettare. Certo, quando succedeva era ancora piacevole, sapevano esattamente come far piacere l’uno all’altro, non avevano più bisogno di lunghi preliminari, il sesso non era più focoso e brutale come agli inizi, era dolce, sicuro, non meno sincero, ma esperto, familiare, confortante. Poi si addormentavano sempre incollati l’uno all’altra. Fino a che uno dei due non si svegliava con le gambe o le braccia intorpidite ed ognuno tornava dal proprio lato in cerca di una posizione confortevole.
Non le faceva più incredibili dichiarazioni d’amore, così all’improvviso, solo per il desiderio di farle. Non stava più ad osservarla in silenzio per lunghi minuti intrisi d’amore. Non passavano più ore a scambiarsi impressioni, ricordi, sensazioni; ma ormai si conoscevano così bene che la maggior parte delle volte si capivano senza doversi parlare.
Ripensò al giorno in cui Alice aveva deciso di saltare dall’alto del ciliegio dei nonni e si era rotta il braccio. Lei era nel panico, la piccola urlava, il polso formava un angolo orrendamente inaturale. Ma lui no, dentro doveva avere uno tsunami di sentimenti, ma fuori era impassibile, l’aveva presa, abbracciata, portata in macchina e all’ospedale in meno di 15 minuti. Ed era stato lui a fare la prima firma sul gesso, e a spiegarle tutti i vantaggi di un braccio ingessato.
E quando Paolo era rientrato da scuola pieno di lividi, dopo essersi fatto malmenare da una banda di piccoli bruti; era lui che aveva gestito la cosa, parlato con la maestra e coi genitori degli aggressori, in modo calmo ma fermo. Lui aveva fatto passare la paura al bambino, spiegandogli che di ingiustizie e di cattiverie se ne incontraranno sempre nella vita, ma l’importante è reagire, senza farsi prendere al gioco e diventare a nostra volta cattivi ed ingiusti. E soprattutto senza farsi sopraffare dalla paura che impedisce di vivere.

E quando lei aveva finalmente, inaspettatamente, riuscito a vendere il suo primo racconto, perché fosse pubblicato; era a lui che aveva telefonato subito, prima ancora che alla sua migliore amica. E anche attraverso il telefono aveva sentito che era felice per lei con ogni fibra del suo corpo e dell’anima.
Era lei che lui cercava ogni volta che qualcosa o qualcuno tornava ad incrinare la sua autostima così fragile e sofferta. Era a lei che chiedeva consigli su ogni dubbio o contrarietà professionale, e dio sa quanto lei fosse negata in problemi di economia, o personale.
Ogni volta che vedeva, leggeva, o sentiva una cosa nuova o interessante, era a condividerla con lui che pensava immediatamente.
E quando aspettavano i risultati della biopsia per quel nodulo sotto il braccio, lui non le aveva mai lasciato la mano, per tutto il tempo dell’attesa. Insieme avevano ascoltato il responso rassicurante del medico, e lasciando l’ospedale, era lui che le aveva detto ridendo: «E adesso, bionda, andiamo a stroncarci d’alcool come diciottenni scanzonati. Un non-tumore si festeggia alla stragrande!», Dopo settimane di tensione, paure, timori, lei era scoppiata a ridere:«Sono le 10 di mattina, che ne dici di cappuccino e cornetto?». L’aveva trattata da vecchia guastafeste moralista e poi erano andati a strafogarsi di pasticcini e cappuccini al cioccolato in un bar riempito di vecchi giocatori di carte e giovani che marinavano la scuola attorno ad un tavolo da biliardo.

Dopo quasi vent’anni di vita comune, era non solo la persona a chi poteva confidare tutto, ma anche quella che la conosceva meglio, e su cui poteva contare sempre e comunque. E l’unico che riuscisse ancora a farla ridere, nonostante conoscesse tutte le sue battute e il suo modo di sfottere tutto e tutti.
Sì, era bene forse porsi certe domande, a volte, perché la risposta era forse non subito evidente, ma molto riconfortante.

Il suono della sveglia lo ridestò bruscamente: «Che ore sono, sei già sveglia? Cavoli, ho dimenticato di anticipare la sveglia, ho una riunione alle 8 stamattina, devo scappare o sono in ritardo. Mi guardi strana, stai bene? Vado, ti amo. E buongiorno.»

Rispose al suo sorriso: «Ti amo anch’io, davvero.».

Tu n’aimes rien

Ricordo perfettamente quel momento di  un giorno d’estate.

Al mio ennesimo sbuffo di noia, mia figlia, sei, sette anni all’epoca, non ricordo esattamente, mi ha rivolto uno sguardo sconsolato. «De toute façon, maman, tu n’aimes rien».

“Non ti piace nulla”. La cosa che nella fattispecie non apprezzavo appieno, contrariamente al resto della famiglia, era la giornata in un parco acquatico. O per essere più precisi gli scivoli e i toboga, perché la zona solarium e la piscina a onde, quelle non mi dispiacevano poi troppo.

Ma devo ammettere che venti minuti (quando va bene) di fila per avere poi il diritto di scendere in una specie di tubo intortigliato che ti sputa violentemente in una grossa bacinella stracolma di gente non mi entusiasmava. Non mi entusiasma tutt’ora. Sarà l’età, saranno i chili di troppo, ma l’unica cosa che provo scendendo da quei cosi è “speriamo finisca presto e non mi prenda troppi schizzi negli occhi e nel naso”.

Ora, vai spiegare ai tuoi figli che ti vedono vivere come una tortura, o al massimo come una visita obbligatoria dal dentista, le giornate al parco acquatico, i soggiorni a Disneyland, i pomeriggi al Paintball; che questo non vuole dire che non ti piaccia fare nulla.

All’epoca mia figlia era persino convinta che passare l’aspirapolvere fosse uno dei miei passatempi preferiti.

Mi sono chiesta come spiegarle che a mamma di cose ne piacciono tante, da sempre: leggere libri, andare al cinema, visitare musei ed esposizioni d’arte. Andare a teatro. Viaggiare. Dio, quanto piace a mamma viaggiare. (E fare il giro dei parchi d’attrazione d’Europa non rientra nel suo concetto di viaggio). Ma che per anni, un po’ per senso di dovere, un po’ per deformazione professionale da mamma, un po’ perché “ho fatto dei figli, adesso faccio tutto per loro”, non c’è più stato spazio, modo, tempo, soldi per quello che a mamma piace.

Ma poi andava bene lo stesso, perché in fondo a mamma quello che piaceva di più in assoluto era vedere loro felici.

E per quello c’era sempre modo tempo spazio, soldi mica sempre, ma non è poi così importante.

Ora che non sono più così piccini, mamma ha deciso di provarci davvero a riconcentrarsi su tutto quello che le è sempre piaciuto. Leggere e scrivere innanzitutto.